Un incontro ad Abidjan nel 1984, una trattativa durata due anni, un gomito conteso e un viaggio verso l’Italia decisamente fuori dall’ordinario.
La storia
Ho visto quel cavaliere ad Abidjan, nel magazzino di un venditore di semi, nei dintorni della capitale della Costa d’Avorio.
Mi ha colpito subito.
Ma aveva già colpito il padrone del magazzino, che per qualche ragione ne era arrivato in possesso tempo prima.
Era uno splendido cavaliere, dignitosamente seduto sul suo cavallo.
Aveva però un problema: il braccio sinistro, piegato verso la spalla, aveva subito una lunga frattura verticale tra braccio e avambraccio e il gomito si era completamente staccato.
Qualcuno aveva cercato di rimediare come poteva. Una striscia ricavata da una camera d’aria teneva insieme il braccio dal gomito alla spalla, comprimendolo con la forza dell’elastico.
Per il resto aveva addosso tutta la vita dei vecchi manufatti dogon del Mali.
Come fosse arrivato fino ad Abidjan non l’ho mai saputo. Ma le strade dei manufatti africani seguono spesso quelle delle persone, delle carovane e dei mercati, passando di mano in mano fino a fermarsi, qualche volta, nei luoghi più impensati.
Come il magazzino di un venditore di sementi.
Era il 1984.
Il proprietario mi chiese una cifra equivalente al valore di una Fiat Uno Turbo. Oppure di tre Panda 45.
Una cifra enorme.
Troppo per me e, evidentemente, abbastanza importante anche per lui da non voler scendere facilmente a compromessi.
Ma quel Cavaliere, per me, era diventato una calamita.
Ovviamente non se ne fece nulla.
Subito.
Tornai ad Abidjan ancora un paio di volte. Erano gli anni in cui frequentavo spesso la mia amata Africa.
Ogni volta la trattativa faceva un piccolo passo avanti. Una volta ci guadagnai uno zoccolo. Un’altra volta anche la coda.
Mai, però, l’intero Cavaliere.
Un caro amico che viveva nella capitale cominciò allora a occuparsi della faccenda per me e continuò a negoziare con il proprietario.
Poi comparve un concorrente.
Chissà come, anche un funzionario dell’ambasciata australiana capitò nel negozio di sementi, vide il Cavaliere e cominciò a trattare.
Fece anche qualcosa che io non avevo mai osato fare.
Si fece consegnare il gomito sinistro.
Tolse la camera d’aria che lo teneva in posizione e portò via il gomito per farlo analizzare e stabilirne materiale e datazione.
A quel punto cominciai ad avere fretta.
Il mio amico, però, continuava a insistere a mio favore.
Finché un accordo prese forma.
Non persi tempo.
Il mio messaggero fu un altro amico, questa volta italiano, che si recava spesso ad Abidjan per occuparsi della manutenzione dei macchinari di un’azienda che utilizzava impianti italiani per soffiare poliuretano negli stampi delle suole da scarpe.
Gli affidai una busta.
Dentro c’era una somma equivalente a circa un anno di stipendio del proprietario del Cavaliere.
Per me non era più il valore di una Fiat Uno Turbo.
Era comunque quello di una bella Panda.
L’acquisto fu concluso.
Era ormai il 1986
E, poiché gli uomini seri mantengono gli accordi, il Cavaliere venne spedito.
Con il suo gomito.
Il funzionario australiano, infatti, lo restituì.
Troppo tardi per lui.
Ma appena in tempo per me.
Il Cavaliere sbarcò a Genova dentro una cassa pesantissima, costruita con pareti di legno spesse tre centimetri. L’imballaggio arrivava quasi a triplicarne il peso.
Caricammo tutto sulla mia Citroën familiare.
La macchina sprofondò.
Più che seduta sulla strada, sembrava sdraiata, con un cavallo sul tetto.
Appena fuori dal porto vidi un muletto. Mi fermai, feci scaricare la cassa, liberai il Cavaliere da tutto quel legname ivoriano e lo caricai nuovamente, questa volta senza il suo pesantissimo involucro.
Non fu certo un galoppo verso casa.
Il Cavaliere viaggiava sul tetto.
E il suo gomito, prudentemente, con noi.
Però arrivammo.
Oggi il cavaliere dogon non perde più il suo gomito. È stato restaurato e ricollocato saldamente al suo posto, dopo aver finalmente potuto rinunciare al curioso bracciale ricavato da una camera d’aria.
Integro nella sua bellezza, negli anni si è mostrato al pubblico in diverse occasioni.
E dopo tutto quel viaggio continua ancora a raccontare la sua storia. Anche grazie al suo gomito sinistro.
L’oggetto e la sua cultura
Il Cavaliere è una grande scultura lignea attribuita alla tradizione artistica dei Dogon, popolazione dell’Africa occidentale insediata prevalentemente nell’area della falesia di Bandiagara, in Mali.
La figura rappresenta un personaggio a cavallo, con una costruzione formale che unisce la rappresentazione del corpo umano e dell’animale in una composizione di notevole forza espressiva.
La scultura è attribuita al XVII–XVIII secolo. L’opera presenta caratteristiche stilistiche e dettagli di lavorazione che ne fanno un interessante esempio della tradizione scultorea associata ai Dogon.
La sua storia collezionistica documentata comincia ad Abidjan, in Costa d’Avorio, dove venne individuata nel 1984 e successivamente acquistata nel 1986. Le circostanze del suo trasferimento dal territorio d’origine ad Abidjan non sono attualmente note.
Scheda dell’opera
| Denominazione | Figura equestre |
| Attribuzione culturale | Dogon, Mali |
| Materiale | Legno |
| Datazione | XVII-XVIII secolo |
| Dimensioni | 80cm x 100cm x 40cm |
| Primo incontro documentato | Abidjan, Costa d’Avorio, 1984 |
| Acquisizione | 1986 |
| Stato di conservazione | Buono, braccio sinistro restaurato |
| Esposizioni | Opera già presentata in numerose mostre |
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